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Dal "treno in corsa"​ alla "formazione blended"​

Quanti ricordi di alunno posso tirare fuori dal mio “cassetto”: lezioni belle e brutte, noiose e interessati, banali ed eccellenti. Tutti riconducibili, però, ad una unica metafora: il treno in corsa.

La formazione avveniva così: ogni docente emetteva un flusso di informazioni che i discenti dovevano cogliere tutto o in parte. Il flusso era come un treno in movimento sul quale i discenti dovevano salire, non solo grazie alla loro volontà ma anche alla loro capacità di comprendere. Spesso non c’erano fermate intermedie. Spesso non ci si preoccupava di chi non fosse salito. Spesso tra i viaggiatori non si comprendeva il sacrificio fatto in termini di comprensione. Comunque quel treno arrivava a destinazione.

Poi c’erano treni più comodi, più belli, più lenti che rendevano agevole la salita (il bravo insegnante), ma erano sempre treni.

Ne è riprova la lezione privata che, ad utilizzare la stessa metafora, era come prendere un altro treno per cercare di raggiungere quello principale e sperare di salirci oppure, come in molti casi, arrivare in modo indipendente a destinazione, rendendo dunque inutile il treno principale. Un palese controsenso.

Se questa metafora potrebbe far sorridere pensando al docente di una volta diventa preoccupante se si riferisse al docente attuale. Certo oggi, quel treno è costretto a fare fermate intermedie: la progettazione didattica vuole che ci siano prove di verifiche formative proprio per appurare chi e come sta comprendendo ed eventualmente inserire azioni di recupero didattico; senza contare che se solo si vuole tener presente la problematica dei BES e dei DSA, quel treno, proprio non può correre all’impazzata.

Eppure quella metafora, a mio avviso, per molti docenti e mi riferisco anche a quelli attuali, è ancora fortemente radicata.

Il ritorno alla lezione tradizionale (ex cathedra) nel periodo POST-COVID è stato accompagnato da molti docenti da un comprensibile entusiasmo ma anche da un giudizio, a loro dire, fallimentare della DAD.

L’ entusiasmo, oltre ad essere comprensibile è pienamente condivisibile. Il giudizio fallimentare sulla DAD mi lascia perplesso. Lascia trapelare una contrapposizione tra le due modalità, senza pensare ad una integrazione delle stesse. Inoltre non è specificamente contestualizzato. Quale formazione? formazione pratica, teorica, professionale, istituzionale e se fosse quest’ultima, quella elementare, media, superiore, universitaria, o banalmente tutta la formazione?

Inoltre, ricordando la metafora di cui sopra, se quella modalità, a mio avviso già deficitaria nell’aula tradizionale ma mascherata dal ruolo autoritario del docente, fosse stata applicata alla DAD allora, il fallimento non sarebbe un giudizio ma una evidente realtà. La DAD costringe ad una rielaborazione della didattica, vedi (articolo: “Sperimentare l’aula virtuale”) e rende vacuo il flusso di informazioni monodirezionale.

Quindi il problema ancora una volta non è lo strumento ma come lo si usa.

Spesso dietro la critica sull’utilizzo di una nuova tecnologia si annidano i più reconditi pregiudizi che hanno a che fare con l’incapacità di uscire dalla propria zona di comfort, di operare un cambiamento, in una sola parola di essere flessibili.

Per fare un esempio: la penna a sfera più precisamente “la biro” inventata dall’ungherese László Bíró (1899-1985) che cedette il brevetto al barone francese Marcel Bich produttore della moderna penna Bic, non fu accolta nei migliore dei modi. Moderna tecnologia degli anni ’50, l’utilizzo della stessa fu osteggiata dalle maestre di allora:

<> [E non solo] << In Italia l’uso della penna Biro fu ostacolato a tal punto che fino al 1961, nelle amministrazioni pubbliche e negli istituti di credito, era vietato usarla: i documenti firmati con una Bic venivano addirittura rigettati >>Treccani 1948 · PENNA BIRO

La storia si ripete!!!

Ebbene, si rende necessaria una semplice riflessione che voglio riassumere per punti e, aggiungo, mi meraviglia che gli operatori dell’istruzione pubblica non l’abbiano mai fatta, tranne alcuni, i più lungimiranti.

a) Concordo sull’inefficacia della DAD per quanto riguarda la scuola elementare e media dove l’aspetto relazionale è fondamentale. Non è un caso che in questi ambiti si parli più che di formazione, di educazione

b) Per i restanti ambiti formativi e in particolar modo per la formazione teorica, la lezione in DAD non presenta elementi che la rendano inefficace, a patto che venga progettata secondo metodologie didattiche diverse e si abbandoni l’idea del flusso monodirezionale. Non rinnego l’aspetto relazionale e infatti lo riprendo nel punto successivo

c) Comincio con una domanda: perché non si è pensato ad una formazione blended, ovvero ad una formazione che alterna momenti in presenza con quelli in aula virtuale? Non è che l’aspetto relazionale non sia importante per gli studenti delle scuole superiori e dell’Università, ma sappiamo bene che i momenti di maggiore interazione si hanno durante le esercitazioni. Momenti in cui si interagisce maggiormente con i colleghi e con l’insegnante. Così come sappiamo che le esercitazioni, per ragioni di efficacia didattica, vengono organizzate in gruppi.

Ecco allora farsi luce uno scenario diverso da quello a cui abbiamo assistito alla ripresa delle lezioni in aula: flussi minori di studenti che si recano in aula, organizzati e differenziati; nessuna contrapposizione tra aula tradizionale e aula virtuale, anzi, integrazione e potenziamento; infine, formazione adeguata al mondo contemporaneo dove la tecnologia va utilizzata e controllata, non subita.

Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento”. Proverbio cinese

Pubblicato il 15 October 2020

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